La sovrapposizione tra seduzione e violenza nell’arte rinascimentale
di Clara Pérez Almodovar
in collaborazione con DONNEXSTRADA
11 novembre 2024
Come? Non è una Venere? Ah è un’eroina romana morta suicida per la vergogna di essere stata violentata? Chi l’avrebbe detto, così nuda e languida!
Se non vi capita mai di pensare che tra le opere d’arte più iconiche della storia occidentale molte raffigurano scene di violenza, non preoccupatevi, è normale: la stragrande maggioranza sono violenze “mascherate”, edulcorate. Perché la storia dell’arte europea ha una lunga e consolidata narrazione visiva della violenza sessuale: è un tema che funge da filo rosso, e intesse discorsi legati al corpo, e ovviamente, al potere.
Perché raffigurare di continuo scene di questo genere? A partire dal Rinascimento nell’arte e nella letteratura vengono ripresi episodi della mitologia greco-romana, che pullulano di violenze sessuali. Il ratto delle Sabine, Lucrezia e Tarquinio, Zeus e Leda, Danae, o Europa, diventano il pretesto perfetto per appendere nelle camere private seducenti nudi femminili: all'epoca infatti è impensabile ritrarre donne contemporanee senza veli. A patto che non si tratti di dee pagane: in quel caso nessuno si scandalizza. Nobili e principi commissionano di continuo dipinti con scene mitologiche di violenza, e le innumerevoli versioni realizzate dagli artisti sono molto spesso all’acqua di rose.
Un altro episodio molto diffuso nell’arte rinascimentale è il mito romano di Lucrezia e Tarquinio. Secondo la storia, la donna racconta l’aggressione subita dal marito e dal padre, e poi si uccide con una pugnalata al petto. Questo gesto la consacra come estremo esempio di pudicitia e di virtus, è la perfetta matrona romana. Ma nelle opere di Tiziano e Tintoretto che ritraggono la scena, Lucrezia è tutt’altro che pudica. Addirittura in alcune versioni di Lucas Cranach, pittore della prima metà del Cinquecento, Lucrezia non ha nemmeno il pugnale, non appare diversa da una Venere. La prospettiva è rovesciata: non solo non ci sono allusioni al momento della violenza, ma addirittura c’è la presunzione della disponibilità sessuale della vittima. Lo sguardo dello spettatore e quello dell’aggressore finiscono per combaciare.
Le opere d’arte non sono solo un documento storico, ma anche uno strumento per riflettere sui significati e i valori connessi alla società e al contesto che le ha prodotte. Nel Rinascimento sono pochissimi ad essere alfabetizzati, i dipinti sono veri e propri testi visivi di immediata comprensione e hanno una forte presa nell’inconscio dello spettatore. Essendo veicoli di princìpi politici oltre che estetici, riguardare queste immagini oggi non può che provocare un senso di inquietudine, unito a una lucida presa di coscienza.