Il Vesuvio il sublime e il dark tour


di Clara Pérez Almodovar

31 marzo 2026




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La terribilità contrapposta al bello, il bello alla terribilità: l’uno e l’altra si annullano a vicenda, e ne risulta un sentimento d’indifferenza. I napoletani sarebbero senza dubbio diversi se non si sentissero costretti fra Dio e Satana’. Così Goethe descrisse l’influenza del Vesuvio sul popolo partenopeo durante il suo viaggio in Italia del 1787. All’epoca Napoli e il vulcano sono una tappa fondamentale per i viaggiatori del Grand Tour: le sue eruzioni accendono l’immaginario di artisti e letterati, sono lo specchio romantico dell’antico, del sublime, della tragedia. 

Quasi un secolo prima che Goethe ne scrivesse, il 16 dicembre 1631, il Vesuvio eruttò per la prima volta dopo 500 anni. L’eruzione durò 17 giorni, provocando circa 4.000 vittime e distruggendo interi paesi. I partenopei si erano scordati del potere distruttivo con cui convivevano ogni giorno, e lo shock si tradusse in un rinnovato interesse verso il vulcano, a livello letterario, scientifico e culturale. La percezione del Vesuvio cambiò drasticamente, e non solo nella coscienza degli abitanti, ma anche nelle implicazioni socio-politiche e nella cultura visiva. 



L’attività vulcanica infatti da quel momento si fece persistente, non fu più possibile ignorare il vulcano, che divenne una delle mete più anelate di artisti e letterati del Grand Tour. A testimoniarlo ci sono le vedute delle sue eruzioni, che nel Settecento diventano un vero e proprio genere pittorico, le illustrazioni nei diari di viaggio e nei trattati scientifici, e le popolarissime gouache, che vengono vendute come souvenir, cartoline e amuleti. Possiamo forse parlare di dark tourism settecentesco? Di sicuro il fascino per la catastrofe è parte dell’attrattiva verso il Vesuvio, che in Italia è più visitato rispetto all’Etna o lo Stromboli per diversi fattori: è più facilmente raggiungibile rispetto alla Sicilia, ed è in prossimità di Napoli, città d’arte vittima di una recente tragedia. 

Nel corso dell’Ottocento, il livello di attività vulcanica e la posizione geografica smettono di essere gli unici fattori rilevanti: con la diffusione della vulcanologia, infatti, l’interesse per tutti i vulcani conosciuti sul globo cresce. Sguardo scientifico, esplorazioni geografiche e fascinazione artistica per i fenomeni naturali si nutrono a vicenda. 
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Nell’epoca del Romanticismo, i vulcani rappresentano più di ogni altro fenomeno naturale il concetto di sublime, che secondo il filosofo Edmund Burke è un'emozione di «piacere negativo» o «orrore dilettevole» (delightful horror) che scaturisce dal contemplare una natura grandiosa, selvaggia, che provoca un senso di paura e smarrimento, ma affascina perché vissuta a distanza di sicurezza. In altre parole, è la coscienza del pericolo, senza esserne effettivamente colpiti, a provocare l’intenso piacere estetico - di cui l’eruzione del Vesuvio è l’esempio romantico per eccellenza.


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