Carla Lonzi e il girlbossing
18 luglio 2024
Come difendersi allora da questo loop? Probabilmente leggendo gli scritti della sorella maggiore - perché sicuramente non è di madre che dobbiamo parlare - che tutte meriteremmo: Carla Lonzi, alla quale il concetto di girl bossing avrebbe dato quanto meno un gran fastidio. In Sputiamo su Hegel scrive infatti: “Noi riconosciamo nella competitività produttivistica il piano di potere a cui sono vincolate le società a capitalismo sia privato che di stato”. Significa, in altre parole, ribaltare il tavolo delle trattative. Il sistema creato dagli uomini ti fa la cortesia di riconoscerti come capo? Tu fai un passo di lato. Scegli di non stare in quella posizione: creane una tua. Lonzi lo fece: scelse di mettere da parte i panni della critica d’arte per dedicarsi totalmente al femminismo. Al potere piramidale, contrappose la collettività.
Ultimo ma non per importanza: i soldi. Il Gender pay gap picchia duro certo, ma in generale il mondo dell’arte, con le sue strutture ben oleate, concepisce la remunerazione come una questione, a volte, non obbligatoria. Il problema principale di un sistema per il quale si fa di tutto per aderirvi: anche lavorare gratis. Si confonde così il prestigio con il guadagno.
Per essere girlbosses nel mondo dell’arte è ancora necessario restare fedeli alla linea altrui, quella che vuole, soprattutto in Italia, una retorica ancora prettamente patriarcale, non solo delle artiste ma anche delle lavoratrici della cultura.
Quindi sì, Carla Lonzi avrebbe odiato il girlbossing perché sapeva bene dove portava, soprattutto le donne, ad un mondo pensato dagli uomini.
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